PENSIERI sui “Sillabari” di G.Parise

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NB: questa (ovviamente) NON e’ una recensione, perche’ -almeno per me- pensare di recensire un libro di Parise sarebbe un’idea letteralmente malsana.

Sono soltanto, appunto, miei pensieri.

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Parise scrive una prosa poetica, e lo fa in un modo tutto suo; direi che lo fa in ‘sur place’.

Sembra dire, poi cambia (solo un po’, magari) idea.

Appare esitante; in realta’ e’ scientifico nel farci attraversare vasti spettri di termini, dal piu’ sofisticato al piu’ banale, ma mai con banalita’ utilizzati.

Parise non enuncia; propone.

Ha sempre un ‘ma’ pronto all’uso per stiepidire certezze, sfumare aggettivi, farci riflettere e farci assaporare le sue capacita’ analitiche.

Come i ciclisti sulla pista inclinata, Parise finge di partire nel descrivere, poi spesso si blocca. A quel punto pero’ l’immaginazione del lettore ha gia’ lanciato lo sprint; e’ gia’ partita, fendendo l’aria densa del reale/non-reale. Ed in quel territorio magico e insidioso, lo scrittore sfrutta l’abbrivio ed in controtempo ci spiazza, superandoci e portandoci con se’ in altri sentieri. Una goduria.

Nella mia mente, i racconti brevi dei SILLABARI si sono svolti tutti in 3D, e l’occhiale magico aveva la forma della penna del grande scrittore veneto.

Ho imparato a conoscere anche il color PERVINCA.

Grazie.

 

 

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